Basilica Santuario Madonna dei Poveri

L’originaria chiesa matrice di Seminara, sorgeva nei pressi dell’attuale Via S. Maria La Porta (cfr. ASRC, Catasto Provvisorio, Stato delle sezioni, p. 251), di fondazione medievale, nella visita pastorale del 1586 risulta dedicata a S. Maria delli Arangi, titolo successivamente traslato sul1’Immacolata Concezione. Dall’essere un tempo stata sede dell’episcopato di Taureana discendeva l’obbligo da parte dei «Vescovi di Mileto di prender possesso della Chiesa di Seminara colla stessa pompa e formalità come se Cattedrale fosse, stipulandosene all’uopo di tal possesso atti autentici per mezzo di notaio».

La chiesa fu eretta a collegiata in ottemperanza alle volontà del seminarese Domenico Martelli che nel testamento del 21 settembre 1658 ne dispose l’istituzione dotandola con i suoi beni e componendola di sei canonici, uno dei quali arcidiacono, elevati ad otto in un successivo codicillo, tutti nati in Seminara. L’erezione della collegiata fu confermata da Alessandro VII con bolla del 3 settembre 1659. A questo  rimo canonicato, accresciuto di lì a poco fino al numero di dieci membri, se ne aggiunse un secondo di otto canonici fondato nel 1707 da Filiberto di Lauro ed un terzo istituito da Gaetano Rinaldi, cosicché la collegiata giunse a comporsi di un collegio comprendente un arcidiacono, al quale solo spettava la cura delle anime, e ben 18 canonici.

Distrutta dal sisma del 1783, la matrice fu riedificata intorno al 1790 all’interno del nuovo scacchiere urbano, in prossimità del luogo dove sorgeva l’antico convento dei Minori Osservanti. Nel 1880 la collegiata fu trasferita in una nuova più ampia chiesa eretta alle spalle di Piazza del Mercato, sul sito dell’attuale, mentre il vecchio edificio fu concesso alla confraternita di San Marco. Gravemente danneggiata dai terremoti del 1894, 1905 e 1908, anche questa nuova chiesa fu ricostruita in cemento armato a partire dal 1922 sulla base del progetto redatto dall’ingegnere Umberto Angiolini — padre carmelitano iniziale progettista della cattedrale di Reggio Calabria — e consacrata il 12 agosto 1933 da Mons. Paolo Albera, vescovo di Mileto. Fu eretta in Basilica Minore con Breve di Pio XII del 30 maggio 1955.

L’interno, di gusto neo-romanico, conserva numerose testimonianze artistiche provenienti dalle chiese distrutte dell’antico centro.

L’altare maggiore, in marmi policromi, reimpiega elementi databili alla seconda metà dell’800, con qualche aggiunta posticcia, come il prospetto del tabernacolo. La portellina di quest’ultimo, in lamina d’argento, rappresenta, con minuzia di particolari, la Madonna dei Poveri assisa sul trono argenteo tardo settecentesco. 

L’edicola che sovrasta l’altare, realizzata negli anni ‘50, ospita la preziosa statua lignea della  donna dei Poveri, del sec. XII, collocata entro un ricco trono argenteo completo di baldacchino eseguito nel 1780 a Napoli su commissione del canonico Onofrio Sanchez.

Secondo un’antica leggenda, riportata tra gli altri dal Taccone Gallucci (1881, p. 176) e dal De Salvo (1899, pp. 24-25), la statua, ritrovata tra le rovine di Taureana «annerita dalle fiamme dell’ultimo saccheggio», sarebbe stata trasportata a Seminara nel 1010.

Si vorrebbe, altresì, che la denominazione di Madonna dei Poveri le sia stata attribuita poiché, dopo vani ripetuti tentativi da parte di esponenti del clero e delle più alte fasce della società, solo ai miseri la statua avrebbe concesso la facoltà di sollevarla per condurla a Seminara. Protettrice della città, che nel 1768 la elesse propria principale patrona, veniva invocata per scongiurare «contaggi, carestie, tempeste, epidemie» (cfr. Verzì Borgese 1976-1977).

I recenti restauri hanno comprovato per il manufatto una datazione al sec. XII, esaltando la soave tenerezza materna della Vergine e consentendo una valutazione più puntuale degli aspetti stilistici che collocano l’opera in una fase di incipiente naturalismo, distanziandola dalla rigidezza “primitiva” di esemplari analoghi, sotto il profilo cultuale e iconografico, come la Madonna Nera di Tindari.

Custodita all’interno di una cassaforte metallica aperta solo anteriormente, la statua viene calata ed esposta più da vicino alla venerazione dei fedeli il 14 agosto, quando viene portata in processione momento solenne del Ferragosto Seminarese e il 28 dicembre per ricordare la distruzione del terremoto del 1908.

Ai lati dell’edicola, sull’ultimo grado dell’altare maggiore, sono collocate due splendide statue marmoree, raffiguranti San Pietro e San Paolo, purtroppo in pessimo stato di conservazione a causa degli eventi traumatici subiti e dell’erosione esercitata dagli agenti atmosferici ai quali sono rimaste esposte per circa un secolo dopo che, recuperate dalle macerie del grande flagello, furono poste in alto a mo’ di acroteri sulla facciata della chiesa matrice tardottocentesca, a sua volta danneggiata dal sisma del 1908. La lettura delle due opere, inoltre, è ulteriormente compromessa dalla maldestra ricostruzione delle mani e dalle integrazioni,    probabilmente eseguite con malta di gesso, in corrispondenza delle linee di frattura che testimoniavano il distacco della testa e il conseguente incollaggio. Nonostante tutto, le sculture, databili al terzo decennio del ‘500 e attribuite ad Antonello Gagini (De Marco 2010), si collocano tra le più raffinate interpretazioni del soggetto messe a punto dal grande artista palermitano.

Nella prima cappella a destra dell’ingresso principale è collocato un fonte battesimale neocinquecentesco, giunto nella matrice intorno al 1880, che costituisce uno degli esemplari più eleganti e monumentali di questa tipologia di arredo liturgico tra quelli conservati nella regione, distinguendosi per il guardapolvere, o conopeum, come veniva solitamente denominato nelle visite pastorali antiche, non in legno, come di consueto, bensì in marmo. Tre delle sei facce del “tamburo” rappresentano altrettante scene tratte dal Nuovo Testamento connesse con il sacramento del Battesimo: il Battesimo di Cristo sulle sponde del Giordano; San Filippo che somministra il Battesimo all’Etiope appena smontato dal proprio carro; San Paolo che assistito da Sila battezza il custode della prigione di Filippi.

Sempre a destra dell’ingresso, sopra un basso piedistallo, si può ammirare la nota Maddalena recante sulla base l’iscrizione lacunosa «[...INALDUS BONANUS F.», firma dello scultore Rinaldo Bonanno (1545 ca-1590), originario di Raccuia ma operante a Messina, che, dopo Antonello Gagini, può a buon diritto essere considerato il più grande artista autoctono che la Sicilia abbia espresso nel corso del ‘500. La statua, peraltro, prende a modello proprio un capolavoro      dell’artista palermitano: l’analogo soggetto eseguito per i Pignatelli di Monteleone tra il 1524 e il 1534, attualmente nella collegiata di San Leoluca a Vibo Valentia.

Dal prototipo gaginiano discende l’impostazione della figura col fluente panneggio increspato dal vento che aderisce alle forme massicce del corpo; tuttavia, Bonanno stravolge in chiave manieristica lo schema introducendo suggestioni tratte dalle due figure mostruose di Scilla e Cariddi scolpite dal Montorsoli per la fontana del Nettuno, non solo nell’espressionismo “neoellenistico” del volto sofferente ma anche nella possanza fisica, nel piglio eroico della santa. Così, le chiome che nella statua gaginiana incorniciavano il viso leggermente mosse dal vento, scendendo morbide sulle spalle, nella Maddalena di Seminara diventano ciocche corpose che si aggrovigliano come serpenti intorno capo.

Forse proveniente dall’antica chiesa dello Spirito Santo, dove le visite pastorali settecentesche attestano l’esistenza di una cappella dedicata alla santa, con annesso beneficio della famiglia Silvestri, la statua costituisce uno dei più seducenti saggi dell’arte matura dello scultore di Raccuia. Nella figura, colta in un moto ascensionale eppure saldamente piantata per terra, più che l’estasi, lo scultore sembra voler rappresentare il travaglio interiore, la tenacia del- la santa nel perseguire quella condotta ascetica cui ha stabilito di assoggettare la propria esistenza. I caratteri stilistici, prossimi alla Madonna del Soccorso di Taurianova e al San Leo di Bova, suggeriscono una datazione tra il 1582 e il 1585.

In posizione simmetrica, sulla sinistra, è collocata una statua raffigurante la Madonna col Bambino, detta degli Uccellari attribuibile alla bot tega di Martino Montanini, che probabilmente la eseguì, intorno al 1560, con l’assistenza del giovane allievo Giuseppe Bottone. Evidente è il legame, non solo iconografico ma anche stilistico, con la Madonna del Popolo conservata nella cattedrale di Tropea, commissionata a Giovan Angelo Montorsoli nel 1554, mentre notevoli tangenze linguistiche si possono ravvisare con la S. Caterina d’Alessandria di Forza d’Agrò, in provincia di Messina, anch’essa prodotto della, collaborazione Montanini-Bottone.  Nella cappella destra del transetto si segnala una statua lignea raffigurante l’Immacolata probabilmente riconducibile ad uno scultore napoletano del XIX secolo. L’opera, che fortunatamente mantiene l’originaria cromìa, perpetua nella morbidezza della posa e nell’enfatico moto dei panneggi, ritorti e gonfiati dal vento, un gusto teatrale di sapore ancora settecentesco. Tra le altre statue, prevalentemente in cartapesta e databili al sec. XX, si distingue un Ecce Homo ligneo, purtroppo pesantemente ridipinto, proveniente dalla chiesa dei Cappuccini e che potrebbe datarsi all’800. Sulla parete di controfacciata, ai lati dell’ingresso, si trovano due tele, raffiguranti la Trinità con anime purganti e la Madonna col Bambino, siglate dal pittore Carmelo Tripodi (1874-1950) di Sant’Eufemia d’Aspromonte.

Testimonianze dell’importanza della città e dei suoi edifici di culto sono le imponenti campane conservate all’interno del santuario. Una, in particolare, larga circa 80 cm, reca le figure a rilievo dei santi Basilio Magno e Filarete e una lunga iscrizione — «Verbum caro factum est. In honorem SS. Patris Basilii Magni/ et Philareti Titularis huius monasterii tempore cubernii/ ipsiusmet Rim Pris Mri Abbatis D. Lodovicii Salerni A.D. MDCCLIII/ Opus F. Nicolaus Astarita de Neapoli» — che ne rivela la provenienza dal monastero basiliano di S. Filarete. Lo stemma recante una colonna ardente contornata dal motto «Talis est Magnus Basilius» e sormontato da un cappello prelatizio dal quale si dipartono i consueti cordoni annodati potrebbe riferirsi al priore, Ludovico Salerno, che nel 1753 fece fondere la campana presso l’opificio napoletano di Nicola Astarita.

 

Un’altra campana di pari dimensioni, oltre all’iscrizione che esplicita la data di esecuzione e l’identità del committente — «Antoninus Chilindri Adimplevit A.D. MDCXXXV» — presenta un piccolo tondo raffigurante la Vergine col Bambino, una colomba e, in prossimità del margine inferiore una lucertola, simbolo che forse costituiva una sorta di “logo” del fonditore Michele Salicola, forse messinese, autore della campana nella chiesa parrocchiale di Gasponi, datata 1593, e di quella attualmente nel campanile della chiesa di S. Nicola ex Aleph a Roccella Ionica del 1591.

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