Leonzio Pilato

 

LEONZIO Pilato. - Calabrese, forse di Piana Calabra (Seminara: n.d.r.), nei pressi di Reggio, nacque intorno al 1310. Quanto della sua vicenda biografica è possibile ricostruire dipende, essenzialmente, da sparse testimonianze di Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio.

Malgrado Leonzio fosse solito vantare origini tessale, non vi è dubbio che sua terra d'origine fu la Calabria; ciò è dimostrato dalla presenza di volgarismi calabresi nei suoi commenti a Omero. È noto inoltre che egli dichiarava di essere stato auditor di Barlaam Calabro, il che permette di situare a Gerace i primi anni della sua formazione.

Piuttosto precocemente Leonzio dovette guadagnarsi presso i dotti dell'Italia meridionale una certa reputazione come esperto di mitologia. Nel suo commento a Persio, Paolo da Perugia cita infatti un parere di L. a proposito del mito di Penteo. Poiché Paolo da Perugia morì a Napoli durante la pestilenza del 1348 ed essendo il commento a Persio opera degli ultimi anni della sua vita, si può supporre che Paolo abbia appreso l'opinione di L. attraverso Barlaam, quando questi, intorno al 1341, lo assistette nel portare a termine le Collectiones.

È difficile dire quanto a lungo Leonzio fosse rimasto in Calabria: probabilmente, non oltre l'agosto del 1346, data della partenza di Barlaam per Costantinopoli. Che dalla Calabria Leonzio fosse partito alla volta di Creta, al fine di migliorare la sua conoscenza del greco, è ipotesi di Pertusi, formulata sulla base di un'espressione, peraltro piuttosto enigmatica, contenuta in una lettera di Petrarca a Boccaccio nel dicembre 1365 (Seniles, V, 3).

In essa si riteneva giusto che il Leonzio tornasse a fare il custode del labirinto di Creta, là dove un tempo aveva trascorso molti anni ("multos olim egit annos"). L'allusione racchiude un valore metaforico difficile a intendersi. Ciò nondimeno si può congetturare che essa faccia riferimento a un periodo della vita di L., precedente l'incontro a Padova con Petrarca, nel quale egli dimorò a Creta, detta allora Candia, forse in qualche borgo o convento nei pressi di Festo o di Cnosso, sedi entrambe di palazzi labirintici. Se a Creta Leonzio si fosse recato per ragioni di studio, come appare probabile, o per militare nel presidio veneziano di stanza nell'isola, è impossibile dire. Certo è che numerosi, in quel tempo, erano gli italo-greci presenti a Creta, molti dei quali dediti all'insegnamento.

A Creta Leonzio sarebbe rimasto all'incirca un decennio, quindi fece ritorno in Italia, stabilendosi con tutta probabilità a Venezia.

Non può escludersi che la scelta di recarsi a Venezia fosse suggerita a Leonzio dalla presenza di suoi parenti in quella città. Nel testamento di un tal Oderico Dorigo, rector scolarium di S. Ermacora, datato al 10 sett. 1382, il testatario afferma di possedere una grande braida, che suo padre acquistò "a quodam qui vocabatur Pilatus" (Pertusi, p. 34). Ciò documenta la presenza di un Pilato a Venezia nel periodo in cui vi soggiornò Leonzio; è però impossibile stabilire, in mancanza di ulteriori riscontri, se fu davvero un suo parente.

A Padova, nell'inverno del 1358-59, Leonzio conobbe Petrarca, il quale sembra che lo ritenesse, da principio, un bizantino. Chi fece conoscere Leonzio al poeta fu un amico comune, probabilmente un giurisperito, di cui Petrarca fece menzione in un passo del 18 ag. 1360 (Variae, 25), relativo all'acquisto di un codice padovano di Omero.

Già a Padova Petrarca dovette chiedere a Leonzio una prima e parziale traduzione dell'Iliade. Non altrimenti è possibile intendere, in effetti, il riferimento, contenuto nella stessa epistola 25 delle Variae, al "quoddam breve [...] Homeri principium", che, precisa il poeta, parecchio tempo addietro gli era stato offerto da L. quale saggio di traduzione. Poiché la lettera, come detto, è dell'agosto del 1360, questa prima translatio non può che risalire al 1358-59, ovvero al periodo in cui Petrarca conobbe Leonzio. Il codice impiegato per il saggio di traduzione è forse quello padovano di cui è fatta menzione nell'epistola, lo stesso, in ogni caso, che Leonzio utilizzò per la traduzione integrale del poema, una volta stabilitosi a Firenze.

Per quanto concerne l'estensione che ebbe la prima translatio (su cui molto si è discusso), sarà da accogliere senza riserve l'opinione, avanzata da Pertusi, che essa fosse contenuta entro i primi cinque libri del poema, come rivela l'analisi dei frammenti riportati da Petrarca nel suo codice della versione leontea dell'Iliade (Parigi, Bibliothèque nationale, Fondslat., 788o.I).

Durante l'incontro tra Petrarca e Boccaccio, avvenuto nella primavera del 1359, fu deciso di affidare a Leonzio la traduzione completa di Omero. Boccaccio ricorda con orgoglio di aver raggiunto Leonzio mentre costui, "a Venetiis", era in procinto di recarsi ad Avignone ("occiduam Babilonem") e di averlo condotto con sé a Firenze (Genealogie deorum gentilium, XV 7, 5). Ciò dovette avvenire immediatamente dopo l'incontro con Petrarca, se tra il giugno e il luglio del 1360 Boccaccio era già a Firenze in compagnia di Leonzio. Fu sempre Boccaccio a provvedere, inizialmente, alla sua sistemazione e a procurargli una cattedra di greco presso lo Studium della città.

Ciò dichiara Boccaccio, con fierezza, nel passo sopra ricordato delle Genealogie. Né vi è ragione di considerare eccessiva tale dichiarazione, com'è parso ad alcuni. Nolhac riteneva per esempio inequivocabile, in tal senso, la testimonianza contenuta in Seniles, III, 6, del 1° marzo 1365, nella quale Petrarca pregava Boccaccio di mettergli a disposizione la traduzione completa di Omero, aggiungendo che avrebbe provveduto lui stesso a coprire le spese di trascrizione ("mea impensa"). In che modo l'espressione "mea impensa" possa essere stata intesa, da Nolhac e da altri, non già come riferita alla specifica richiesta rivolta da Petrarca a Boccaccio, bensì all'intera opera di traduzione compiuta da Leonzio, è un fatto che risulterebbe inspiegabile se non se ne attribuisse la genesi a un pregiudizio storiografico rigidamente favorevole a Petrarca. Sarà sufficiente osservare che nel 1365 Petrarca non avrebbe potuto patrocinare un'impresa che a quella data era stata già portata a termine da due anni. A Firenze Leonzio rimase infatti fino al 1362 e quando abbandonò la città la traduzione dei poemi omerici era certamente conclusa.

Non vi è dubbio che a Firenze Leonzio tenne dei corsi regolari. L'umanista Domenico Silvestri, nel suo De insulis (Torino, Biblioteca nazionale, Mss., I.III.12, c. 126), citando un epigramma in versi greci sulla nascita di Omero, annota di averlo udito "a Leone", quando costui insegnava a Firenze "litteras grecas" (in Ricci). Circa la data di inizio dell'insegnamento non sono disponibili invece dati certi, ma si può presumere che fosse nell'autunno del 1360, in coincidenza con l'avvio dell'anno scolastico.

Si è discusso se l'insegnamento di L. abbia avuto o meno un carattere pratico (ciò ritenne per esempio Nolhac), ma l'analisi delle glosse a Omero ed Euripide, presenti negli autografi leontei rinvenuti da Pertusi, rivela piuttosto la natura letteraria ed erudita di tale insegnamento, che rispetto a uno studio organico della lingua e della grammatica privilegiò la lettura dei testi classici.

L'opera di traduzione dei poemi omerici cominciò, si deve supporre, verso il principio dell'autunno. Essa è data ancora come imminente in Variae 25, ma nell'epistola Ad Homerum, del 9 ott. 1360, Petrarca mostra ormai di sapere che Leonzio ha posto mano all'impresa.

A occupare Leonzio nei tre anni trascorsi a Firenze non fu unicamente la traduzione di Omero; è certo che tradusse, forse su richiesta di Boccaccio, il trattato pseudoaristotelico De mirabilibus auscultationibus. Si sono conservate inoltre la traduzione dell'Ecuba di Euripide e la trascrizione-traduzione delle citazioni greche inserite nel Digesto.

Nell'autunno del 1362 Leonzio si recò a Venezia, ospite di Petrarca. Contemporaneamente Boccaccio lasciò Firenze per Napoli, ove si trattenne fino ai primi mesi del 1363. Non sembra che Leonzio abbia mostrato a Petrarca la copia delle sue versioni omeriche, che pure doveva aver recate con sé. Ancora nel marzo 1365 Petrarca, scrivendo a Boccaccio, mostrava di non avere alcuna conoscenza diretta delle traduzioni leontee, dal momento che egli richiese all'amico l'invio di una copia da poter trascrivere. Nel giugno del 1363, dopo esser passato per Padova, Boccaccio raggiunse Petrarca e L.eonzio a Venezia e, verso la fine di agosto, decise di rientrare a Firenze. Malgrado i tentativi compiuti da Petrarca per dissuaderlo, anche L. abbandonò Venezia. Coprendo d'ingiurie l'Italia e gli Italiani, racconta Petrarca, egli s'imbarcò, "sub estatis exitum", per Costantinopoli, ove sperava di migliorare la propria difficile situazione economica. Non sembra tuttavia che a Bisanzio trovasse la fortuna che aveva sperato. Verso il principio di ottobre Petrarca ricevette infatti una lunga lettera di Leonzio, nella quale, mutati parere e sentimenti, annunciava il proposito di tornare in Italia e chiedeva al poeta di intercedere per lui presso l'imperatore di Bisanzio. Petrarca, irritato da questa prova ulteriore di volubilità, non diede risposta, ma ne informò Boccaccio in una lettera nella quale è rievocata, tra l'altro, la precipitosa partenza di Leonzio per Costantinopoli (Seniles, III, 6). L'epistola, scritta da Padova nel marzo del 1365, colpisce per l'asprezza dei giudizi espressi da Petrarca sul conto di Leonzio, definito "magna bellua". Di lui si deploravano l'incostanza, l'ostinazione e il carattere tetro (malgrado la passione per il comico Terenzio). Giudizi altrettanto duri furono espressi nell'episola del 10 dic. 1365 (Seniles, V, 3), anch'essa indirizzata a Boccaccio.

Nel frattempo Petrarca, trasferitosi a Padova, aveva chiesto a Boccaccio di inviargli la parte dell'Odissea relativa alla discesa di Ulisse "ad Inferos". La richiesta (Seniles, III, 6) era accompagnata dall'invito all'amico affinché gli fornisse la traduzione completa di Omero, che egli avrebbe provveduto a far ricopiare il prima possibile a proprie spese. Alla metà di dicembre Petrarca ricevette da Boccaccio la trascrizione del brano richiesto insieme con la promessa che presto gli sarebbero state inviate tutta l'Iliade e parte dell'Odissea. Il 25 genn. 1366 Petrarca scrisse ancora a Boccaccio, stavolta da Venezia, per informarlo che le copie promesse non erano ancora giunte (giungeranno, in effetti, poco dopo). In questa stessa lettera (Seniles, VI, 1) Petrarca annuncia all'amico la tragica fine di L., ucciso da un fulmine nell'estate del 1365, durante il viaggio che avrebbe dovuto ricondurlo in Italia; nella medesima epistola compone un ultimo ritratto di Leonzio. Egli ne sottolinea ancora il temperamento umbratile e scostante, ma il giudizio severo e un po' rigido pronunciato in altre occasioni cede a più fini osservazioni psicologiche; Petrarca scrive di non credere che quest'uomo, incapace di amare se stesso e gli altri, abbia mai conosciuto, in tutta la sua vita, un giorno sereno.

È possibile ricostruire la storia e le caratteristiche delle traduzioni omeriche eseguite a Firenze da L. grazie agli autografi scoperti e analizzati da Pertusi (Venezia, Biblioteca nazionale Marciana, Mss.gr., cl. IX. 2: Iliade e cl. IX, 29: Odissea).

Pertusi è pervenuto a stabilire l'autografia dei due codici attraverso il confronto con due manoscritti euripidei della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze (Laur., XXXI.10; S. Marco, 226). Essi documentano la scrittura di L.; è la sua mano, infatti, ad avere aggiunto una traduzione latina interlineare e alcune note marginali in latino nel Laur., XXXI.10 e ad avere scritto interamente testo greco, traduzione latina e note marginali nel S. Marco, 226. La scrittura latina di Leonzio è una gotica minuscola, che rivela le difficoltà tipiche di un amanuense alle prese con una lingua a lui non eccessivamente familiare. Quella greca presenta, d'altra parte, caratteri che ne denunciano l'appartenenza alla scuola calligrafica dell'Italia meridionale. Il ductus è italo-greco e mostra affinità notevoli con la scrittura di Baarlam; esso rappresenta la continuazione di una tipologia scrittoria in uso nel XII secolo a Reggio e in altre zone della Calabria, variamente documentata dall'XI al XVI secolo.

Della traduzione dei poemi omerici compiuta da Leonzio non si possedevano, prima del rinvenimento dei due codici marciani, che le copie fatte eseguire da Petrarca a Giovanni Malpaghini su esemplari messi a disposizione da Boccaccio (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds lat., 7880.I e 7880.II), oltre che alcune copie più tarde. I manoscritti nei quali Pertusi ha riconosciuto la mano di Leonzio trasmettono il testo greco unitamente alla traduzione latina, disposta nell'interlinea. Ciò ha consentito non solo di stabilire il testo greco adottato di base per la traduzione (presumibilmente si tratta di quello contenuto nel codice padovano, oggi perduto, di cui è fatta menzione in Variae, 25), ma anche di indagare il rapporto tra la versione latina attestata nei due codici marciani e le versioni attestate in altri manoscritti.

Si riassumono qui di seguito i risultati cui è pervenuta la complessa indagine di Pertusi.

Iliade. Il testo greco utilizzato da Leonzio è un codice appartenente alla famiglia e, composta di sei testimoni. La versione latina dell'Iliade conobbe almeno tre redazioni. Al 1358-59 risale la già ricordata prima translatio, che è ricostruibile unicamente attraverso l'analisi delle varianti annotate da Petrarca nei margini dell'Iliade latina da lui posseduta (il citato codice parigino Fonds lat., 7880.I). Tra il 1360 e il 1362, negli anni del magistero fiorentino, deve collocarsi invece la traduzione realizzata a Firenze per Boccaccio, che ne possedette una copia, perduta, dalla quale sicuramente discendono tutti i manoscritti contenenti la sola traduzione latina. La copia boccacciana è altresì all'origine dello stesso Fonds lat., 7880.I, che Giovanni Malpaghini ricopiò per Petrarca intorno al 1367 (edito in Il codice parigino latino 7880.1. Iliade di Omero tradotta in latino da L. P. con le postille di F. Petrarca, a cura di T. Rossi, Milano 2003). Agli stessi anni va assegnato il codice marciano Mss.gr., cl. IX. 2, che in rapporto alla copia bilingue appartenuta a Boccaccio presenta un minor numero di varianti e un commento più esiguo. È ragionevole ipotizzare che il codice marciano attesti una revisione della traduzione eseguita per Boccaccio e ciò spiega il suo carattere accurato, tale da far pensare a una bella copia più che a una copia di studio.

Odissea. Il testo greco appartiene alla famiglia h, di cui non si conoscono che altri due testimoni. Uno di essi, perduto, fu di Vespasiano Gonzaga, duca di Sabbioneta e venne collazionato dall'umanista Nicolas Heinsius, che ne annotò le varianti. Non può escludersi che con tale codice sia da identificare la perduta copia bilingue che appartenne a Boccaccio, benché non sussistano prove certe al riguardo.

L'autografo marciano suppone sicuramente una redazione anteriore, dalla quale discesero la copia per Boccaccio e, attraverso di essa, quella posseduta da Petrarca, contenuta nel citato esemplare di Parigi (Fonds. lat., 7880.II), che Petrarca annotò fino al verso 242 del libro II. Questa prima redazione è anche all'origine della tradizione fiorentina della versione leontea, che ne discende per tramite di un intermediario perduto. Della prima redazione l'autografo della Marciana rappresenta una versione rivista, forse a seguito di suggerimenti e proposte di miglioramento avanzati da Boccaccio. La particolare abbondanza di varianti e note di commento, nonché una certa trascuratezza nell'esecuzione, lasciano pensare a una copia di lavoro. Questa revisione non ha lasciato a Firenze tracce visibili; L. dovette infatti portarla con sé a Venezia, ove si trasferì nel 1362.

Nel tradurre i poemi omerici, Leonzio non si discostò dal metodo in uso durante il Medioevo, consistente nel trasferire verbum de verbo un'opera da un sistema linguistico all'altro privilegiando, sulle preoccupazioni di carattere estetico, la fedeltà al testo originale. La traduzione è accompagnata da un ricco ed esteso commento, per lo più dipendente, nelle informazioni erudite, da materiale scoliastico antico  (preponderante l'utilizzo degli scoli D per l'Iliade e degli scoli V per l'Odissea). La presenza degli scoli di Giovanni Tzetze all'Alessandra di Licofrone riconduce invece alla cultura bizantina dell'Italia meridionale, dove questo autore era letto già a partire dal XII secolo. Il commento rivela altresì l'influsso di repertori e lessici, nonché una discreta conoscenza degli autori latini, segnatamente di Virgilio, Cicerone e Plinio.

Le versioni leontee non piacquero a Petrarca, che al riguardo espresse più di una volta giudizi severi. Già in Variae, 25, ricevuto da L. un primo saggio di traduzione, egli mise in guardia Boccaccio dai rischi di una traduzione poeticamente sgraziata; né il risultato finale valse, come noto, a dissipare i sospetti e le preoccupazioni del poeta. La traduzione appariva in effetti, in molti punti, maldestra, inelegante, scorretta, come ebbero successivamente a qualificarla, fra gli altri, anche Pier Candido Decembrio e Coluccio Salutati. Si tratta di giudizi che oggi, alla luce della scoperta degli autografi, appaiono ingenerosi. Anche qualora si decidesse, tuttavia, di mantenerne la sostanza, si sarebbe obbligati a riconoscere, su di un diverso piano, che il metodo seguito da Leonzio nel tradurre non fu il risultato di una scelta arbitraria o di gusto soggettivo, bensì rispecchiò una tradizione più antica, in uso particolarmente nelle scuole. La poesia omerica ne usciva certo malconcia, ma pure il metodo doveva presentare i suoi pregi, primo tra tutti quello della fedeltà alla lettera, se, come ha mostrato Pertusi, alle versioni leontee si continuò a fare riferimento.

Vasto fu l'influsso esercitato dalle versioni omeriche di Leonzo sull'opera di Petrarca e di Boccaccio. Per quest'ultimo Leonzio rappresentò, come si legge nelle Genealogie, un "archivum inexhaustum" di informazioni sulla cultura e sulla mitologia greche. Meno esteso, ma non per questo meno significativo, fu l'influsso di Leonzio su Petrarca, sebbene delle versioni omeriche il poeta non ebbe conoscenza diretta prima del 1366 per l'Iliade e del 1367-68 per l'Odissea, allorché Malpaghini ultimò la trascrizione delle copie inviate da Boccaccio. Ovvio dunque che, a parte le chiose apposte in margine alle sue copie personali, la presenza in Petrarca delle versioni leontee si avverta soprattutto nelle opere tarde.

La fortuna delle traduzioni leontee in ambito umanistico appare considerevole. Malgrado le si guardasse piuttosto con fastidio che con ammirazione, a causa dell'innegabile difetto di grazia, raramente rifacimenti e nuove traduzioni riuscirono, al di là delle intenzioni, a prescinderne. A partire dal XVI secolo la traduzione verbum de verbo tornò a essere preferita a traduzioni letterariamente ricercate ma infedeli. Deve molto a L., per esempio, la versione, ritenuta esemplare, che gli editori della Diotiana hanno apposto al testo stabilito da Dindorf, nell'edizione parigina del 1862 (specimina in Pertusi, pp. 439-442).

Omero non fu l'unico autore tradotto da Leonzio; Garin ipotizzò che a lui fosse da attribuire la traduzione del De mirabilibus auscultationibus, della quale si è conservato soltanto l'inizio (Firenze, Biblioteca nazionale, Panciat., 147). L'intuizione dello studioso venne poi confermata dalla pubblicazione dell'inventario dei libri appartenuti a Leonardo Mansueti. Al numero 93 l'inventario, risalente al 1474-78, descrive un volume miscellaneo contenente, fra l'altro, "liber Aristotelis de mirabilium auditu, quem Leontius Thessalius de greco transtulit in latinum". La nota informa altresì che la traduzione fu eseguita nel 1360 su richiesta ("ad instantiam") di Boccaccio.

L'interesse di Leonzio per la tragedia antica è invece documentato da due manoscritti conservati presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, il Laur., XXXI.10 e il S. Marco, 226, entrambi contenenti Euripide e un tempo assegnati, erroneamente, al XVI secolo. Il testo greco del Laur., XXXI.10 è stato scritto nel primo ventennio del XIV secolo (per una diversa datazione, cfr. Wilson, 1983, p. 163). Nell'interlinea della prima tragedia, l'Ecuba, L. ha aggiunto di suo pugno una traduzione latina letterale e una discreta quantità di annotazioni fino al v. 466 (c. 7r). Nel S. Marco 226, destinato a Boccaccio, Leonzio ha invece ricopiato il testo greco di tutte le tragedie contenute nel Laur., XXXI.10 predisponendo, tra una linea e l'altra, lo spazio necessario a inserire, in un secondo momento, la traduzione latina. Egli si limitò di fatto a inserire la sola traduzione dell'Ecuba, secondo una redazione che presenta, rispetto a quella attestata nel Laur., XXXI.10, notevoli varianti d'autore. Numerose tracce della presenza dell'Ecuba latina si riscontrano nelle Genealogie di Boccaccio.

È probabile che il Laur., XXXI.10 ospiti il materiale di un corso euripideo tenuto da L. allo Studio fiorentino; con qualche approssimazione è anche possibile indicarne la data. Poiché infatti nel De claris mulieribus, la cui redazione vulgata è databile al 1362, Boccaccio non sembra tener conto della versione leontea dell'Ecuba e poiché Leonzio abbandonò Firenze dopo l'ottobre-novembre di quell'anno, è ragionevole supporre che la versione e le note siano state ultimate da Leonzio poco prima di lasciare la città.

All'ambito del diritto riporta invece la traduzione delle citazioni greche inserite nel Digesto, scritta direttamente da Leonzio sulle carte di un importante ms. delle Pandette, allora a Pisa e oggi conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze (Codex Pandectarum, noto come cod. F). La traduzione venne eseguita a Pisa e fu il governo della città, probabilmente, a commissionare l'impresa. I passi greci vennero infatti trascritti e tradotti su fascicoli pergamenacei aventi le stesse dimensioni del ms. pisano, nel quale furono appositamente inseriti. La brusca interruzione dell'opera di traduzione è spiegabile, in assenza di documentazione esplicita al riguardo, con la rottura dei rapporti diplomatici tra Pisa e Firenze, nel maggio 1362.

Sull'apprezzamento, in sede storiografica, della figura di Leonzio hanno negativamente influito per molto tempo i duri giudizi espressi da Petrarca. Soltanto con gli studi di Pertusi, seguiti al rinvenimento degli autografi, è stato possibile accedere a una considerazione più obiettiva della sua personalità. Si è potuto dunque constatare che la cultura di Leonzio, quale affiora dalla sua opera di traduttore e commentatore di testi classici, lascia intravedere il profilo della cultura meridionale del tempo. A essa, più che a una disposizione soggettiva, vanno pertanto riferiti quegli aspetti dell'erudizione di Leonzio che i suoi contemporanei, non potendosi giovare di un'adeguata prospettiva storica, intesero come manifestazione di una carenza e di un limite. Lo stato attuale degli studi rispecchia i risultati cui è pervenuta la magistrale indagine di Pertusi, alla quale ben poco è stato aggiunto negli anni successivi.

 (Paolo Falzone, Dizionario Biografico degli italiani - Treccani, Vol.64, 2005)

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